COSI' MUORE UN RE

Umberto II di Savoia figlio di Vittorio Emanuele III, nacque nel castello di Racconigi alle 11 di sera di giovedì 15 settembre 1904. Nel momento della nascita, un violento temporale fece mancare la luce elettrica ed il parto avvenne a lume di candela, pesava quattro chili. Era nato l'ultimo principe di Casa Savoia. Il Battesimo avvenne la sera seguente in forma privata. Il giorno 20 fu stilato l'atto di nascita alla presenza del Presidente del Senato, Saracco e dal Presidente del Consiglio, il dronerese Giovanni Giolitti. Per manifestare la propria gioia, il re Vittorio Emanuele conferì tre Collari dell'Annunziata, uno a Giolitti, uno al Conte Ciano Gerbaix e il terzo al conte Giuseppe Terrielli. Il sindaco di Racconigi, Ceriana-Maineri, venne insignito della Croce dell'Ordine Mauriziano.

Umberto crebbe tra Racconigi, villa Ada e San Rossore, nei grandi parchi delle residenze sabaude. Frequentò le cinque classi elementari in Racconigi, con maestri che venivano al castello. A diciassette anni, (dopo aver conseguito la maturità classica) nel 1921, durante una crociera nel Mediterraneo sull'incrociatore Ferrucci, il principe prestò giuramento militare; l'anno seguente venne promosso sottotenente dei granatieri. Nel 1925 si laurea in legge all'Università di Padova e con il grado di tenente di fanteria dell'Accademia di Modena. Nel 1930 il matrimonio con Maria Josè, poi arrivano i figli: nel 1934 Maria Pia, nel 1937 Vittorio Emanuele, nel 1940 Maria Gabriella e Beatrice nel 1943.

Ed ora lasciamoci condurre dal racconto di Silvio Bertoldi (scrittore e giornalista di Verona), tratto dal suo ultimo libro "Savoia, album dei re d'Italia" Ed. Rizzoli, Torino, 1996, sugli ultimi istanti di vita trascorsi dall'ultimo re d'Italia.

Umberto trascorse la sera prima di partire per l'esilio (dopo il referendum monarchia-repubblica, di cui ancor ora gravano lunghe ombre - nella notte la monarchia aveva il 59 per cento dei consensi, all'alba un milione di voti in meno dei repubblicani-) del 2 giugno 1946 in casa del giornalista Luigi Barzini. Poi il "re di maggio", chiamato così perché aveva regnato solo quel mese, lasciò l'Italia nel pomeriggio del 13 giugno, quando Maria Josè e i figli erano già salpati da Napoli sull'incrociatore degli esili, il Duca degli Abruzzi. Lasciò agli italiani un proclama in cui denunciava di essere rimasto vittima di un colpo di Stato da parte del governo. La stessa nave che aveva portato in Egitto Vittorio Emanuele III, precedeva Umberto in Portogallo, dove aveva scelto di stabilirsi per antichi legami tra la sua Casa e quel Paese: Maria Pia di Savoia, figlia di Vittorio Emanuele II, ne era stata regina e Carlo Alberto era andato a morirvi.

Vestiva un abito grigio a un petto e teneva in mano uno di quei cappellini flosci a cupoletta allora di moda. Si sforzava di mantenersi distaccato, il suo sorriso sembrava il solito, eppure si vedeva che era disperato e che tratteneva a stento le lacrime. Andò a stare dapprima in una villetta a Colares, messa a sua disposizione dalla marchesa Olga de Cadaval. Aveva preso il nome di conte Sarre, suo padre in Egitto aveva scelto quello di conte di Pollenzo. Sarre è un paesino della Val d'Aosta, alle porte della città, dove i Savoia possedevano un castello.

Successivamente si trasferì con la famiglia a Cascais nella casa del conte di Montereal, in attesa di vedere terminata la costruzione di quella villa Italia, in faccia all'Oceano, che è stata il suo rifugio per oltre trent'anni, e che dopo la sua morte gli eredi si sono affrettati a svuotare e vendere. Una volta sistemati, si pose tra i coniugi il problema mai potuto affrontare prima per le ragioni descritte: la separazione. Finalmente liberi da vincoli dinastici, la decisione fu presa. Con la scusa di una cura agli occhi, Maria Josè lasciò il Portogallo e si trasferì in Svizzera, a Merlinge, portando con sé il figlio. Maria Gabriella e Maria Beatrice la raggiunsero in tempi successivi, Maria Pia viveva già fuori casa, a Parigi, dopo essersi sposata. A Cascais rimase solo Umberto, tenendo con sé il vecchio segretario di sua madre, il conte Dino Olivieri, presente accanto a lui fino alla fine dei suoi giorni…Passava le giornate leggendo, studiando, ricevendo visitatori, illudendosi di mantenere vivo, almeno con la memoria, un contatto con l'Italia che lenisse la nostalgia di cui soffriva. Per anni, silenzioso e lontano, mostrò nei riguardi del Paese dov'era nato uno stile e senso della misura ammirevoli. Purtroppo per lui, pochi furono capaci di apprezzarlo ed intenderlo. Lo si vide quando, ormai vicino alla morte, lasciò capire che il suo ultimo desiderio, dopo trentasette anni di esilio, sarebbe stato di chiudere gli occhi in Italia. E di esservi sepolto.

La classe dirigente italiana perse in quella circostanza una delle poche occasioni offertele di manifestare, se non nobiltà, almeno generosità. In nessun Paese al mondo, in nessuna legislazione, figura la condanna all'esilio perpetuo: e quella inflitta ad Umberto e ai suoi discendenti, per di più, secondo la Costituzione doveva considerarsi "transitoria". Bastava poco per revocare l'antico e medioevale deliberato, superato dai tempi, superato dalla totale assenza di pericolo da parte di un vecchio signore malato, per uno Stato ormai saldamente repubblicano. Quel gesto non fu compiuto e non fu nemmeno pronunciato a viso aperto un no al rientro, crudele ma franco. Si ricorse allo squallido espediente di tirare le cose per le lunghe, nella speranza che la morte del sovrano risolvesse nel frattempo il fastidioso problema…".

Il 18 marzo 1983 alle ore 3,35 del pomeriggio, in Ginevra, all'età di 79 anni moriva Umberto di Savoia; i nostri politici, finalmente si erano tolti di dosso un fastidioso problema. La sua morte fu provocata da un tumore che lo aveva colpito alle ghiandole linfatiche; operato in una clinica in Inghilterra, ormai morente venne trasportato in aereo a Ginevra. La sua lunga agonia commosse molti italiani, primo fra tutti il nostro amato Presidente Sandro Pertini (uno dei pochi, favorevole a far rientrare in Italia quel re morente). Umberto morì senza alcun familiare accanto, moglie e figli si erano appena allontanati dalla clinica, quando esalò l'ultimo respiro. E, come venne già vietato alle salme di Vittorio Emanuele III e di Elena di riposare in terra italiana, anche per la salma di re Umberto venne scelta la terra straniera: fu sepolto in Francia, nella abbazia di Hautecombe, vicino ai duchi e duchesse di Casa Savoia.

I funerali avvennero con l'assenza più totale dei rappresentanti del nostro Paese (cosa che non accadde, tanto per fare un esempio sulle "qualità morali" di alcuni nostri politici, in una recente morte eccellente avvenuta fuori dell'Italia, dove la nostra Nazione fu rappresentata da deputati e ministri), nemmeno in forma privata.

L'unico caso a livello italiano dove si dimostrò un segno ufficiale di lutto, venne dalla squadra di calcio torinese della Juventus; la domenica successiva alla sua morte, tutti i giocatori scesero in campo con una fascia nera al braccio.

A cura di Riccardo Baldi

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